Nel prossimo anno, anche se non sarà accessibile per quella data. Serviranno 9 mesi di costruzione e 3 di collaudo“. Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Morandi, ha dato l’annuncio in conferenza stampa. Con un non detto: il ponte sarà funzionante nel 2020, quindi in ritardo rispetto alle promesse del governo. Toccherà a Salini Impregilo, insieme a Fincantieri e Italferr, ricostruirlo sulla base del progetto di Renzo Piano. Alla fine Bucci ha seguito la linea più fortemente caldeggiata dall’esecutivo – in particolare dal M5s – già pochi giorni il crollo del viadotto Polcevera a Genova, nel quale morirono 43 persone. Il progetto avrà un costo attorno ai 220-230 milioni di euro e per portarlo a termine – secondo quanto risulta all’AdnKronos – serviranno 12 mesi dalle fine dei lavori di demolizione. Se queste previsioni fossero confermate, l’auspicio di ‘vedere’ il ponte a fine 2019 sarebbe tutte da verificare. L’altro progetto, presentato dal gruppo Cimolai, secondo quando riferiscono altre fonti interpellate dalla stessa agenzia di stampa, prevedeva costi per un importo totale di 175 milioni (14 per la demolizione) e 11 mesi di tempo complessivi per la demolizione e ricostruzione (9 mesi).

L’azienda friuliana, che si proponeva con l’archistar Santiago Calatrava, è quindi esclusa assieme alle altre 20 Ati avevano presentato le proprie idee di lavoro. E adesso il timore del sindaco-commissario, già alle prese con i problemi legati alla demolizione dei monconi in parte bocciata dai periti del tribunale, è la pioggia di ricorsi delle escluse. Non Cimolai, però, che ufficializzando la scelta di Salini Impregilo annuncia di non avere “intenzione di presentare ricorso” per “puro spirito di servizio al Paese e per non ostacolare la ricostruzione”. La presentazione delle aziende impegnate nei lavori avverà nel pomeriggio con la partecipazione del sindaco-commissario Bucci che ha firmato il decreto di affidamento. In mattinata il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha ribadito a Radio Anch’io che il nuovo ponte “a fine 2019 sarà già in piedi” e a”all’inizio del 2020 al massimo verrà inaugurato, magari addirittura a fine dicembre”.

I problemi, però, non mancano. Secondo i retroscena, c’è innanzitutto il rischio che diverse aziende fuori dai lavori, non Cimolai, specializzata in grandi costruzioni e al lavoro a Taranto per costruire i parchi minerari dell’Ilva, facciano ricorso. Non ci saranno interdittive, ma comunque resta la grana. Non a caso Bucci ha tentato in tutti i modi di riunire i principali progetti in gara prendendo il meglio di ognuno. Ma la trattativa – andata avanti fino alla notte di martedì – si sarebbe scontrata con il diktat giunto da Roma, dove il progetto che coinvolge Fincantieri è maggiormente gradito. Del resto, è da fine agosto che l’ala pentastellata del governo ripete che “il ponte sarà ricostruito da Fincantieri”. E alla fine proprio lì è ricaduta la scelta del commissario scelto dal governo.

Che lunedì ha subito anche un primo stop al progetto di demolizione dei monconi. Se da un lato ha incassato il via libera per i monconi ovest, dall’altro restano i problemi per i monconi della parte est, dove incombono le pile 10 e 11, rimaste in piedi da questa estate. Il piano della struttura commissariale prevede una demolizione con due tecniche: da un lato lo smontaggio dell’impalcato, dall’altro l’uso dell’esplosivo per gli stralli (i tiranti). Ma proprio quest’ultima tecnica ha visto l’opposizione di consulenti e periti.  Il rischio – secondo i tecnici – è che si perdano resti del viadotto che rappresentano possibili prove. E l’ok al piano ridefinito con ogni probabilità non arriverà prima dell’8 febbraio, quando è fissata al prossima udienza dell’incidente probatorio e data in cui probabilmente arriverà la perizia utile ad accertare le cause del crollo.