Dopo due anni di frenetici negoziati e infiniti scontri nel Parlamento britannico e a Bruxelles, è ormai chiaro che il vero ostacolo all’accordo sulla Brexit è il futuro del confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Il primo fa parte del Regno Unito, il secondo è membro dell’Unione europea. Tecnicamente parlando, questo è l’unico confine che Londra condividerà con Bruxelles.

Secondo il progetto di accordo di uscita dall’Ue del novembre 2018, il confine irlandese rimarrà aperto a prescindere dal risultato dei futuri negoziati sulle relazioni tra il Regno Unito e l’Unione europea. Nel gergo Brexit questo punto è noto come il “backstop irlandese”. Ma per avere quest’assicurazione politica, il Parlamento britannico deve ratificare l’accordo per intero. In altre parole, un confine tra il Nord e il Sud dell’Irlanda potrebbe emergere da un giorno all’altro.

Tutto ciò fa paura agli inglesi e agli irlandesi per vari motivi. In primis perché pattugliare correttamente il confine è impossibile. È lungo 500 chilometri e attraversa l’intera isola. Ci sono più valichi di frontiera che lungo l’intera frontiera orientale dell’Ue. Nel 1923, quando la Repubblica d’Irlanda uscì dall’unione doganale britannica, si trovò un compromesso: venne selezionato e approvato un piccolo numero di valichi lungo il confine, trasportare merci usando valichi non approvati era un reato. Inutile dire che il contrabbando lungo il confine divenne dilagante.

Ancora più scoraggianti sono le implicazioni politiche di una Brexit senza il backstop irlandese. Per tre decenni, fino all’accordo del Good Friday del 1998, il confine fu teatro del conflitto settario tra l’Ira e le truppe britanniche. La rimozione del confine e la libera circolazione di beni e persone attraverso questa linea invisibile è stata parte integrante del processo di normalizzazione e cooperazione tra comunità protestanti e cattoliche all’interno dell’Irlanda del Nord e oltre il confine. Usando le parole del governo irlandese, “il confine aperto è il simbolo più tangibile del processo di pace”.

Oggi non ci sono controlli sulle persone che si muovono in entrambe le direzioni. Quando il Regno Unito ha deciso di non aderire allo spazio Schengen, Bruxelles ha concesso un’esenzione all’Irlanda. Anche il commercio è considerevole e frutta intorno ai 4 miliardi di sterline. Questo spiega perché la maggioranza delle persone nell’Irlanda del Nord ha votato contro la Brexit nel referendum del 2016.

Il governo britannico e irlandese concordano sul fatto che il rispetto dei termini dell’accordo del Good Friday è di importanza critica sia dal punto di vista politico che finanziario, e sono fermamente convinti che la frontiera debba essere mantenuta aperta. Ma tutto ciò potrebbe esulare dai loro poteri dopo il 29 marzo, se non si raggiunge un accordo per la Brexit. Il confine irlandese, infatti, diventerà una frontiera esterna dell’Unione europea.

Nel 2016 nessuno si è reso conto che le difficoltà vere della Brexit avrebbero riguardato i confini. L’Unione europea è molto più di un mercato comune, è un progetto per una progressiva integrazione politica, in altre parole l’obiettivo finale è la creazione di una nuova nazione, con i suoi confini. I politici britannici, sia quelli pro sia quelli contro Brexit, non hanno capito la complessità di questa costruzione. Di conseguenza il popolo britannico ha votato per lasciare l’Unione europea convinto che così facendo si sarebbe ripreso i propri confini senza sapere che sarebbe stato impossibile farlo senza scendere a compromessi.

L’Unione europea, al contrario, ha intuito subito che il tallone d’Achille del Regno Unito era il confine irlandese. Quando Bruxelles dice che non permetterà a Londra di “scegliere” le condizioni che vuole dell’accordo preliminare della Brexit, si riferisce al backstop irlandese. Tutto il resto, dai diritti di pesca ai confini finanziari, può essere risolto usando istituzioni sovranazionali come l’Organizzazione mondiale del commercio.

Ironia della sorte vuole che decenni dopo l’accordo di pace, la questione irlandese potrebbe tornare a mordere Londra. Potrebbe anche costringere il Regno Unito a fare i conti con la sua nuova posizione nel mondo: non più una superpotenza, ma un Paese che ha bisogno di una nuova identità. Molte persone che vivono a sud o a nord dell’Irlanda sono convinte che la minaccia di un nuovo confine potrebbe essere vantaggiosa per una futura riunificazione del Paese. Non sotto la bandiera britannica, naturalmente, ma sotto quella irlandese. Per gli inglesi questo sarebbe l’esito più scioccante della Brexit.