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La Spagna chiede più politiche sociali e riconferma il Partito Socialista come prima forza nazionale, “nonostante” quasi un anno di governo. In un clima europeo in cui le sinistre puntano sull’allargamento al centroampie coalizioni o rincorse a destra in economia o con politiche securitarie, il capo del governo Pedro Sánchez è passato all’incasso grazie alla salda fedeltà alla tradizione. E’ così che non si è fatto logorare dal potere, peraltro conquistato un anno fa con una “operazione di palazzo“: il governo di minoranza avviato attraverso alchimie parlamentari (alleanze con Podemos e partiti indipendentisti) dopo la caduta di Mariano Rajoy. Eppure, alle elezioni il consenso dei socialisti è lievitato e il numero dei suoi parlamentari, raddoppiati rispetto al Parlamento precedente. Il motivo? Il timone saldo a sinistra. Tanto da cadere su quella che è stata definita la Finanziaria “più a sinistra della storia”, con aumento dei salari minimi e delle pensioni, dopo gli anni di austerity accompagnati dai governi popolari. E quando il partito catalano di Esquerra Republicana ha detto no, Sànchez ha rifiutato qualsiasi compromesso. In particolare ignorando quella che sarebbe potuta essere una proficua alleanza con i centristi liberisti di Ciudadanos.

Una linea simile a quella dell’omologo “vicino” di penisola, António Costa, che in Portogallo ha formato una coalizione di governo con Verdi e comunisti adottando un approccio marcatamente socialista e critico verso le politiche di austerity. Una strategia in controtendenza – quella dell’eurosocialismo iberico – rispetto alla maggior parte di partiti di sinistra europei. Un successo che rischia di essere illusorio per le altre forze europee, che bisognerà vedere se da Sànchez impareranno quella che sembra una lezione: vincere quando tutti gli altri perdono.

A partire dal Pd. “E’ il coraggio del riformismo radicale” ha esultato ieri l’ex segretario (e ministro renziano) Maurizio Martina, tra i primi a commentare il trionfo di Sànchez. Ma al Pd viene contestato da anni lo spostamento del baricentro, in allontanamento dal posizionamento originario – soprattutto negli anni di Matteo Renzi – con misure sociali, riforme economiche e del lavoro e sull’immigrazione con uno sguardo all’elettorato centrista, a operazioni di ispirazione liberista, scelte sui migranti che hanno privilegiato la protezione dei confini esterni del Paese (e dell’Unione) alla salvaguardia dei diritti umani. Uno spostamento progressivo che ha lasciato lo spazio, in campo economico e di politiche del lavoro, oltre che di presenza nelle periferie delle città, al Movimento 5 Stelle, quando va bene, o anche alla destra nazionalista che si è appropriata del disagio sociale delle periferie come di una propria battaglia.

Critiche simili vengono mosse in patria anche ai Socialdemocratici tedeschi (Spd), con conseguenze elettorali ancora più gravi. La principale accusa rivolta agli eredi di Willy Brandt è quella di aver annacquato i propri ideali di stampo socialista in nome della stabilità, della Große Koalition con la Cdu di Angela Merkel e della permanenza al potere. Una sfiducia graduale che ha portato alla costante perdita di consensi, fino ad arrivare al 9,7 per cento delle ultime elezioni bavaresi del 2018, dieci punti in meno rispetto a cinque anni prima, e all’essere rimpiazzati come anima della sinistra anche a livello nazionale, almeno secondo i sondaggi, dai Verdi, che non hanno espresso solo programmi di tipo ambientalista, ma hanno anche proposto all’elettorato piano di riforme sociali e sull’occupazione.

Cosa vuol dire perdere il ruolo di rappresentanti delle istanze della sinistra socialista lo sanno bene anche i membri del Ps francese, ridotto in macerie dalla presidenza e dalle dimissioni in massa durante l’esecutivo di François Hollande. Al loro posto, ormai ridotti al 6 per cento circa, sono saliti in sella gli uomini di En Marche che però si sono immediatamente mostrati come il partito liberale e liberista che Emmanuel Macron ha poi portato alla presidenza francese. Niente a che vedere con le politiche di Sánchez in Spagna, con le istanze socialiste che sono quindi finite tra le braccia dei Verdi (8 per cento) e soprattutto del nazionalismo di destra guidato da Rassemblement National di Marine Le Pen.

Patrimoniale, salario minimo e politiche per la casa. La formula che è piaciuta alla Spagna
Ma su cosa si basa la linea di sinistra del leader dei socialisti spagnoli? Basta leggere i Presupuestos della Legge di bilancio 2019, il documento programmatico della manovra finanziaria, elaborato insieme agli alleati di governo di Podemos a ottobre. Patrimoniale, aumento del salario minimo (a 900 euro), Tobin tax, lotta all’evasione, politiche per la casa, rivalutazione delle pensioni, parità di genere e riforme ambientaliste sono i pilastri della “Manovra per uno Stato sociale” che dettano la linea del futuro esecutivo.

Nel documento di 50 pagine, il governo aveva dichiarato la propria intenzione di allentare la morsa dell’austerità a oltranza che favorisce solo “una minoranza della popolazione”, rilanciando invece investimenti nel welfare, nell’educazione e nel mondo del lavoro per cercare di arginare problemi che sono un’eredità della crisi economica: una bassa produttività, bassi stipendi, povertà diffusa e disoccupazione elevata.