Quattro miliardi di euro per quattro regioni. La maggior parte serviranno per lo stabilimento dell’ex Ilva in Puglia, ma una parte finirà anche in Sardegna. E poi probabilmente in Lombardia e Piemonte. Secondo le prime simulazioni è questa la fetta che spetterà all’Italia del Just Transition Fund, il fondo per la transizione energetica che sarà presentato oggi da Ursula von der Leyen a Strasburgo. Al parlamento riunito in plenaria la nuova presidente della commissione europea illustrerà il Green deal, cioè mille miliardi di euro d’investimenti verdi per i prossimi dieci anni. Cento dei quali serviranno per la transizione energetica delle aree che nel continente sono maggiormente dipendenti dalle industrie inquinanti.

Il Green deal: mille miliardi in dieci anni – Dopo il dibattito di oggi, mercoledì gli europarlamentari voteranno una risoluzione sul piano ambientale redatto da Palazzo Berlaymont. Il Green deal è la misura bandiera della nuova commissione von der Leyen: come ha spiegato il quotidiano La Stampa prevede norme meno stringenti per gli aiuti di Stato quando prevedono interventi pubblici per settori eco sostenibili, un ruolo centrale dei governi, chiamati a interloquire con Bruxelles una volta l’anno per definire gli interventi necessari all’interno del semestre europeo. E soprattutto almeno il 25% del bilancio Ue destinato a progetti verdi. Una cifra che equivale a 485 miliardi di euro fino al 2030: una somma troppo bassa per raggiungere gli obiettivi. Nelle scorse settimane von der Leyen ha spiegato di puntare a un’Europa a zero emissioni entro il 2050, tagliarle del 40% entro il 2030, data entro la quale le rinnovabili dovranno superare quota 32%. Oltre alla quota del bilancio europeo, secondo Bruxelles arriveranno altri 115 miliardi arriveranno daal cofinanziamento nazionale, cioè i fondi destinati dai vari Paesi ai programmi dei fondi strutturali europei. Per arrivare a quota mille miliardi si punta sui finanziamenti della Banca europea per gli investimenti e su quelli che arriveranno dai privati attraverso un piano apposito: si chiama InvestEu e dovrebbe mobilitare fino 650 miliardi nei prossimi 7 anni. Secondo i calcoli della commissione di Bruxelles almeno il 30% dovrebbe finire nel settore verde: vuol dire 195 miliardi fino al 2027, che diventano 280 al 2030.

Il fondo di transizione: 100 miliardi e nuove regole per aiuti di Stato – La dotazione è completata appunto dai cento miliardi del fondo di transizione energetica fino al 2027. Anche qui non tutti i soldi arriveranno dal bilancio di Bruxelles: l’Unione ha messo a disposizione solo sette miliardi e mezzo. Una somma superiore alle prime stime – che si fermavano a cinque miliardi – ma di molto inferiore rispetto ai cento miliardi di cui parlera von der Leyen all’Europarlamento. Secondo la commissione, infatti, il fondo di transizione potrebbe arrivare a 35 miliardi grazie al cofinanziamento nazionale dei governi. Dal meccanismo dei finanziamenti privati, arriverebbero altri 35 miliardi, mentre la Banca europea d’investimenti ne muoverebbe una trentina. Ma non è solo una questione di soldi. Bruxelles, infatti, punta a cambiare le regole sugli aiuti di Stato. In pratica l’intervento pubblico viene incentivato se serve a favorire “il progressivo calo delle attività ad alte emissioni di carbonio e aiutare le regioni più colpite“.

La trattativa politica. Conte: “Per Ilva puntiamo su Bruxelles” – Secondo le prime simulazioni il fondo di transizione, come previsto, premierebbe soprattutto Polonia e Germania, cioè le nazioni maggiormente interessate dalle centrali a combustibile fossile: a Varsavia arriverebbero dieci miliardi, a Berlino otto. E infatti uno dei primi sostenitori del fondo è stato l’eurodeputato polacco Jerzy Buzek, popolare e già presidente del Parlamento di Bruxelles. Anche per questo motivo melle scorse settimane il fondo di transizione è stato al centro di una vera e propria trattativa politica. Gli europarlamentari del Movimento 5 stelle hanno chiesto più volte alla commissione di poter utilizzare le risorse del fondo pensato per il carbone anche all’acciaio: un modo per poter accedere alle somme necessari per il rilancio dell’Ilva di Taranto. Un’istanza sostenuta anche dal premier Giuseppe Conte all’ultimo consiglio Europeo. “Ci stiamo adoperando perché l’Ilva sia al centro di questo piano green. Con ArcelorMittal c’è un tavolo negoziale che confido completerà a breve i suoi lavori. L’obiettivo è ambizioso: rilanciare lo stabilimento di Taranto orientandolo verso le energie pulite, salvaguardare i posti di lavoro, rinforzare il piano di risanamento ambientale”, ha detto il presidente del consiglio al Corriere della Sera.

I soldi per Taranto – È in questo modo che l’Italia potrebbe essere inclusa tra i principali beneficiari del fondo con quattro miliardi, dietro Polonia, Germania, Spagna (sei miliardi secondo le stime) e Grecia (cinque). Da quei quattro miliardi il governo potrebbe attingere le risorse necessarie per finanziare un nuovo piano industriale sostenibile dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Come ha raccontato ilfattoquotidiano.it, una strada realistica sarebbe quella di mantenere gli altoforni e installare un impianto di preriduzione, come è avvenuto nell’acciaieria di Linz, uno degli impianti che vengono studiati come best practice di riconversioni in campo europeo. “In questo caso parliamo di una spesa per la costruzione attorno ai 360 milioni di euro per 2 milioni di tonnellate di acciaio”, ha spiegato l’ingegnere Carlo Mapelli, docente di Siderurgia e Impianti Siderurgici al Politecnico di Milano.Il fondo di transizione, insomma, potrebbe essere uno strumento fondamentale in queste settimane in cui i commissari dello stabilimento stanno trattando con i Mittal.

Le miniere di Sardegna, l’inquinamento di Lombardia e Piemonte – Ma non ci sarebbe solo Taranto a beneficiare del fondo. Sono infatti quattro le regioni italiane che potranno accedere alle risorse europee. Non è la commissione a decidere quali, visto che saranno i governi a dover scegliere a chi dare i soldi sulla base di alcuni criteri fissati da Bruxelles: sono il livello di lavoratori impiegati nel settore minerario di carbone e lignite, l’intensità di carbonio e quindi di emissioni di Co2, il livello di produzione di torba. Parametri che includono la Sardegna, sede del polo petrolchimico di Porto Torres e dove c’è tutto il tessuto sociale ed economico delle miniere da sostituire. E poi anche Piemonte e Lombardia, cioè le due regioni con la maggior concentrazione di tessuto industriale, e quindi con più emissioni. Sono le zone più ricche del Paese, ma anche le più inquinate.